Sconclusionati e inconclusi frammenti di un discorso…

Nesso FONDAMENTALE cercasi tra la vita e il dolore. Constatarlo, non bastando. Ove nel termine si alluda a ciò sui cui ci si appoggia, e forse a ciò che ci trascina a fondo. Che sia logicamente  deducibile, quella indubitabile connessione. Con le povere parole che ambirebbero a dare senso a tutto che nulla significa. Contemplando (comprese e visibili) storie banali di banali contorsioni. Fino al riconoscimento, da parte di alcuno,  e al corrispondente disconoscimento da parte di altri, diversamente ma ugualmente interessati e coinvolti, tutti gli attori/spettatori della tragicommedia nostra e devastata. Senza una visione d’insieme. Senza una (impossibile) terzietà (anche tecnica) che possa stabilire ragioni e torti in un qualche ambito di condivisa ragionevolezza. Se ha senso la chiacchiera intorno ad una qualche definita patologia (sofferenza)  e la distinzione spicciola tra la sua semplice manifestazione e il (quasi sempre patetico – ossessivamente, stessa radice, e ridài -) tentativo di una adeguata terapia. Il miraggio del lieto e piano dissolvimento del dolore. Tempo, se si tratta di un colpo, d’una piccola ferita, d’uno sconquasso distruttivo ma pur sempre indefinito, d’uno stato di straordinarietà. Tempo non bastante. Tempo ossessivo e ossessivamente ricorrente quando il dolore stesso ne sia lo stesso fondamento, appunto. Pratica ragione di dimenticanza e di angosciosa assillante forzosa ricordanza. Per ri-trovare e rinnovare le perse occasioni della COLPA UNIVERSALE di cui, secondo questa morbosissima vision, siamo pur tutti portatori in quanto nati. Una cella. Una calda comoda prigione che sottrae alla minacciosa, pur discutibile e discussa: RESPONSABILITÀ. Stato di eterna fanciullezza ove qualcuno provvederà a farsi carico delle noiose pratiche della vita quotidiana. Una comoda prigione per comode evasioni dal pensiero primo e ultimativo: il cazzo di VITA che ci è toccata: quell’ordinario impasto di carne ed abitudini e parole e lesioni e indomabili incontrollabili indecidibili ereditate fissità che ci fa essere quel che ineluttabilmente ed ineludibilmente siamo. Una condanna altra. Una condanna da cui parzialmente fuggire proprio attraverso quello che fa di ogni singolo individuo quel che come tale unicamente lo determina: la sua, povera tribolatissima – e grandissima in termini di pura potenzialità –  COSCIENZA. Atto di volontà racchiuso e confinato dentro tutti i tragici determinismi di cui sopra… ma pur sempre da sé DETERMINATO. Sia scelta di morte o di cruda continuazione. Sia accettazione del dolore contemplato. Sia la crudele continuazione della catena delle maledizioni dandosi ad infliggere afflizioni a sé e al mondo intorno a sé. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Sia una scelta o un abbandono. Decidendo più o meno di morire e trascinare l’intero mondo nel proprio fatale gorgo. Sia, il dolore inflitto e agito e conseguentemente sopportato e subito, la misura della propria confessione d’impotenza. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Prigione sia la vita oppure (almeno) sogno di (almeno provvisoria) piccola LIBERAZIONE. Dai vincoli banali propri di questa MALEDETTA VITA che in sorte (e fino alla nostra morte) ci è toccata…

E via così… Senza nulla serva a nulla. Solo frammenti di un discorso mai fatto… che se fatto o tentato nemmeno sarebbe…

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Addiario decadence

Serve un poco d’incoscienza (d’inconsistenza nemmeno se ne nasce, figurarsi se non se muore) per andare verso (piacerebbe attraverso, immaterialmente, come uno scemo di neutrino, ma pure si è quel cazzo d’inconsistente – appunto – nulla che si è… ) quell’oltre che c’incanta e che ci fa morire. Sentissi il ticchettio dei diti su questa vecchissima tastiera… No, inutile finzione… Tutti, ma proprio tutti se ne beano di queste ossessioni… Specie in certe inutili sessioni di amore e morte e vita varia già molto spesa e da non acquistarsi mai. Se ne ha di troppo. Se mai esiste (e certamente a modica cifra esisterà) apposita applicazione da scaricarsi con qualche triste foia, da tedio esistenziale travestita. Anche dei tardi flussi di coscienza di un ubriaco o scemo o disperato sia, se ne avrebbe a troppo. Insieme a biografie, viaggi, eroiche imprese, sapide battute, dosi letali di antipolitica, veementi tirate contro le caste e cantiche deliranti alle puttane. Non occorre ripetere all’infinito le cose per tediare oltremodo il mondo sulle stronzate oltristiche… Che fanno riferimento al solito putrefatto (nel senso di puteolente e sfatto e semovente per via di normali vermi in gozzoviglia ) ego del cazzo. Lo si è capito che a meno non sia una cosa davvero esplosiva… di stile, s’intende, ma che stile, ché oltre (quello!) al ritorno alla incomprensione, ai gesti, alle smorfie mugugnanti, agli accenni, agli sguardi, perfino agli ammicchi… No, gli ammicchi presuppongono una condivisa convenzione… Prima… Prima del rivolgimento (la posizione prona nell’accoppiamento è quel “prima”) degli occhi che si incontrano e comunicano quella comunione di dolore e di morte che è propria di quella specifica cosa… Introduzione che era e movimento fino ad un breve godimento… Eiaculazione, vita…  Chissà fino a quale altro incontro. Ma gli occhi negli occhi… Il cupo condiviso piacere… Quella scossa, quel fremito, quel brivido, quello sguardo che si perde nello sguardo dell’altro… Il tragico (sarà) inizio di una volontà… Di un reciproco accudimento mentale… Un pensiero (pur privo di parola, è il punto) dedicato a quello sguardo, a quel dolore fatto di piacere, a quel bisogno di affondare in quell’inconoscibile già appena conosciuto OLTRE quel cazzo che sussulta. Si senta. Sia il proprio o dell’altro. Attivo sia, o passivamente accolto.

Ascolto. Serve un poco d’ascolto. Stamane alla radio si parlava di Mirò che parlava d’arte e di natura: – Gli alberi hanno qualcosa di umano – concludeva.

Cazzone.

Senza famiglia (un prete)

Da LA STAMPA.it- “Costituzione ferita” Intervista a “Oltretevere” del vescovo Luigi Negri sulla sentenza della Cassazione sui diritti degli omosessuali

Ecco il tipico es_empio di idiozia criminale sotto forma di concezione religiosa. L’idiota di famiglia è nel caso il Mons. Luigi Negri che ha orrore di quelle famiglie (e dài) che a suo arbitrio decide avere o meno la dignità di essere chiamate tali. Lui, presumendo viva solo, dai tempi dal seminario, non avendone mai avuta una. Lui, evidentemente ossessionato da quello che succede nelle case quando la sera si smorza la luce. Due ottantenni che decidono convivere per motivi tutti loro possono definirsi famiglia? Per il Mons. Cretino solo se di diverso sesso… qualunque cosa abbiano voglia – o siano in grado – di fare sotto le lenzuola…

Stupido criminale… è il minimo.