Addiario decadence

Serve un poco d’incoscienza (d’inconsistenza nemmeno se ne nasce, figurarsi se non se muore) per andare verso (piacerebbe attraverso, immaterialmente, come uno scemo di neutrino, ma pure si è quel cazzo d’inconsistente – appunto – nulla che si è… ) quell’oltre che c’incanta e che ci fa morire. Sentissi il ticchettio dei diti su questa vecchissima tastiera… No, inutile finzione… Tutti, ma proprio tutti se ne beano di queste ossessioni… Specie in certe inutili sessioni di amore e morte e vita varia già molto spesa e da non acquistarsi mai. Se ne ha di troppo. Se mai esiste (e certamente a modica cifra esisterà) apposita applicazione da scaricarsi con qualche triste foia, da tedio esistenziale travestita. Anche dei tardi flussi di coscienza di un ubriaco o scemo o disperato sia, se ne avrebbe a troppo. Insieme a biografie, viaggi, eroiche imprese, sapide battute, dosi letali di antipolitica, veementi tirate contro le caste e cantiche deliranti alle puttane. Non occorre ripetere all’infinito le cose per tediare oltremodo il mondo sulle stronzate oltristiche… Che fanno riferimento al solito putrefatto (nel senso di puteolente e sfatto e semovente per via di normali vermi in gozzoviglia ) ego del cazzo. Lo si è capito che a meno non sia una cosa davvero esplosiva… di stile, s’intende, ma che stile, ché oltre (quello!) al ritorno alla incomprensione, ai gesti, alle smorfie mugugnanti, agli accenni, agli sguardi, perfino agli ammicchi… No, gli ammicchi presuppongono una condivisa convenzione… Prima… Prima del rivolgimento (la posizione prona nell’accoppiamento è quel “prima”) degli occhi che si incontrano e comunicano quella comunione di dolore e di morte che è propria di quella specifica cosa… Introduzione che era e movimento fino ad un breve godimento… Eiaculazione, vita…  Chissà fino a quale altro incontro. Ma gli occhi negli occhi… Il cupo condiviso piacere… Quella scossa, quel fremito, quel brivido, quello sguardo che si perde nello sguardo dell’altro… Il tragico (sarà) inizio di una volontà… Di un reciproco accudimento mentale… Un pensiero (pur privo di parola, è il punto) dedicato a quello sguardo, a quel dolore fatto di piacere, a quel bisogno di affondare in quell’inconoscibile già appena conosciuto OLTRE quel cazzo che sussulta. Si senta. Sia il proprio o dell’altro. Attivo sia, o passivamente accolto.

Ascolto. Serve un poco d’ascolto. Stamane alla radio si parlava di Mirò che parlava d’arte e di natura: – Gli alberi hanno qualcosa di umano – concludeva.

Cazzone.

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