La Colpa

nuiogporrfdLa colpa è del rosso amaranto, di un sussurro di flebile voce, di un’estorta carezza, di una parola non detta, di un tempo immaturo ma pur sempre accaduto, di un luogo di troppo facile accesso, d’una orfana luce del buio, dell’odore di un fiore ignoto. La colpa è dei sensi innocenti. Dell’acqua che scorre. Dell’ora di un caldo meriggio. Di un ozio inventato e di noia. Di un sogno di giovinezza. Di un fuoco già spento. Di un vago confuso ricordo.Di una voce roca che canta alla radio, del ritmo lento che lento si trascina verso una fine che non ha fine. La colpa è dell’inizio di un giorno qualunque. Comunque, una colpa. Se mai è una colpa. Una condanna, comunque.

Annunci

Te_dio est_ivo

Fino in fondo. Al fondo. Tornando sui soliti passi. Orme. Giro del mondo. Dell’isola del naufragato. Il giro dell’isolato. Al fondo. Fino in fondo: un proposito, un fine (e una fine), una libidinosa promessa, una sconcia preghiera, un patto stabilito, una visione orografica, un limite (ma forse illimitato) temporale, un indefinito obbiettivo, un convergenza di intenti… Tutto, come sempre. Racchiuso nel ventre di una sacra ma poco immacolata (colata, piuttosto) concezione. Pensieri incolti. Rivoli di sudore. Noia e fatica. Ansimando e cercando… un altro Egitto. Sono quelle le riconosciute connessioni. Le infiltrazioni delle parole nella molteplicità del senso che ambiamo cogliere tra solitudine e dolore. Chiusi da un’unica mai rimarginata ferita intorno a quel pudico plurale che fa ri_ ferimento ad un unico consapevole cretino. Scrivente senza riconosciuta patria autorevolezza… scivolando in maternale materialità… mater materna… fino a quella incantata fraterna città. Ti ho qua, invisibile dolce memoria. Occhi socchiusi a respirare una brezza. Ti ho qui. In questa dannata calmata temperie fatta di ripide puntute armonie. S_con_fitta è quel segno. Circondato dagli ipocriti assedianti del perdono. Ognuno con la sua bella cattiva coscienza comprata all’incanto di una presunta amicizia. Intanto che s’inizia l’ennesimo consunto rivisitato consumato percorso. Trattando in angoli bui di miserie ed amori con loschi figuri stretti parenti di banali sentimenti. Premendosi le dita sulle labbra per meglio tenere il conto delle nostre impenitenze assurde e indecifrabili. Oh, certo… il minimo richiesto era (e resta) un po’ di cuore se non d’irraggiungibile ragione. Se di torto trattiamo. Se… in fondo. Appunto. A quell’ineludibile inizio. Per altri versi, sensato, anche se non troppo pensato. Considera la meta da raggiungere. Considera non approdare mai ad un’ultima consapevolezza. Considera l’intima tua indole naturaliter portata al disprezzo di quello che esiste. Tra rimpianto e dileggio. Tra tenerezza e irrisione. Tra il pollice e alluce complici di spietato sarcasmo. Violando le leggi del volo. Per riavere ognuno la sua caduta e riaversi per non morire di leggerezza o, peggio, di noia. Mettendo, dunque, in fila e in colonna. Sfidando gli “a capo”.  Per verso perverso. Perpetuando la luce che riporta fatalmente a quel buio. L’inizio e la fine. Fino in fondo.

Fino a quel fondo.

“…”

È di uno sporco mesto mestiere. Della sua incerta provenienza. Della sua lieta morte ove tutto trova un suo magico inebriante inizio (se l’inizio è pur sempre ridotto a fine, non vi è scampo, semmai un lieto pranzo, un frizzantino bianco, un qualche inchino, una intrepida risalita degli acidi a lambir l’esofago… brucior di stomaco… briciole di vanità… etc.., mi fermo qua… per ora… ). Senza prove, appunto. Giusto quell’indizio. Tutto si prende per buono. Anche quello da cui deriverà il gran male… il gran male nasce da un bene… (è per pudore immenso immerso in questo irrimediabile dolore che non lo chiameremo – chiameremmo – amore. Lancinante come il grido di chi desolatamente muore. Soli si muore. Per tacer di lune. Con qualche non trattenuto furore. Semmai il dissidio si dirime osservando chi si tace. Presumendo che chi si tace lo faccia da sconfitto… da chi riconosce il suo tragico fallimento… ed è in parte, solo i parte, pur così. Si tace per somma di disperazione. Per le perdutissime parole che si videro sommerse dalle urla sconnesse. Il tono alto ed implacabile stabilisce una pur malferma verità. Imprigionando l’altrui parola e vincolando questo annichilito silenzio… una parvenza di verità pure ne risulta… stabilendo odio e rancore e nessun accordo ad un reciproco ascolto…. Stabilisce uno stato delle cose. Ruoli. Ragioni. Punti di contatto e impossibilità degli stessi. Stabilisce e afferma  e ineluttabilmente fissa i codici e le modalità dei… conflitti. Altro era forse, direttamente o meno, concepibile?  Sanno – saprebbero –  mai parole darsi a un senso condiviso tra gli agguerriti (uno, agguerrito, l’altro solo vinto) contraenti?

È di uno sporco mestiere… È di determinazioni che ballonzolano sul travagliato oceano della vita. Genetica (oh, Genesi biblica ed assassinio primo e fratricida e dramma e infinita battaglia di sentimenti e sensazioni e fughe e libertà rubate e pur concesse e prese e superbia e invidia e vanità ed infinita guerra che ne seguirà…) e miscuglio di circostanze ed ereditate tare, e bivi e trivi da oltrepassare e ponti e fiumi da guadare e maledizioni tutte da seguire e da cui sfuggire e… quello che avviene… fino a quel che fummo. Prima di essere quel che siamo. Prima ancora di diventare quello sporco mesto mestiere… prima d’esserci… prima di quel ridicolo racconto…

E dunque? Assolversi? No. Nemmeno. Semplicemente quello che si può. Gli altri… i tuoi stronzi nemici, i ripugnanti antagonisti, birilli o umani siano. Semplicemente quello che si può. Uccidili. Sia tu dalla parte della ragione e del tuo marcio torto. Nessun’altri che te mai stabilirà. Non conta e per nessuno mai conterà. Uccidili. Fanne carne di porco. Cenere. Strumenti del tuo ego. Pietruzze della tua collana. Uccidili e vivi la vita che puoi. Non sta scritto che vi sia al fondo una morale. Non c’è pedagogia, morale ultima. La vita non è un film. Vince chi vince. Uccidili e vivi allegro/a o mesto/a o come ti verrà. Uccidili tutti e che non te ne resti più nessuno. Poi sarà quel che sarà. Quello che viene. Dolore o gioia o, finalmente liberazione. Tutto quello che verrà… che verrà… che verrà

Ma non giudicarli. Uccidi chi vuoi ma senza nessuno giudicare.

Giudicheresti te.

E la tua fine.

Sconclusionati e inconclusi frammenti di un discorso…

Nesso FONDAMENTALE cercasi tra la vita e il dolore. Constatarlo, non bastando. Ove nel termine si alluda a ciò sui cui ci si appoggia, e forse a ciò che ci trascina a fondo. Che sia logicamente  deducibile, quella indubitabile connessione. Con le povere parole che ambirebbero a dare senso a tutto che nulla significa. Contemplando (comprese e visibili) storie banali di banali contorsioni. Fino al riconoscimento, da parte di alcuno,  e al corrispondente disconoscimento da parte di altri, diversamente ma ugualmente interessati e coinvolti, tutti gli attori/spettatori della tragicommedia nostra e devastata. Senza una visione d’insieme. Senza una (impossibile) terzietà (anche tecnica) che possa stabilire ragioni e torti in un qualche ambito di condivisa ragionevolezza. Se ha senso la chiacchiera intorno ad una qualche definita patologia (sofferenza)  e la distinzione spicciola tra la sua semplice manifestazione e il (quasi sempre patetico – ossessivamente, stessa radice, e ridài -) tentativo di una adeguata terapia. Il miraggio del lieto e piano dissolvimento del dolore. Tempo, se si tratta di un colpo, d’una piccola ferita, d’uno sconquasso distruttivo ma pur sempre indefinito, d’uno stato di straordinarietà. Tempo non bastante. Tempo ossessivo e ossessivamente ricorrente quando il dolore stesso ne sia lo stesso fondamento, appunto. Pratica ragione di dimenticanza e di angosciosa assillante forzosa ricordanza. Per ri-trovare e rinnovare le perse occasioni della COLPA UNIVERSALE di cui, secondo questa morbosissima vision, siamo pur tutti portatori in quanto nati. Una cella. Una calda comoda prigione che sottrae alla minacciosa, pur discutibile e discussa: RESPONSABILITÀ. Stato di eterna fanciullezza ove qualcuno provvederà a farsi carico delle noiose pratiche della vita quotidiana. Una comoda prigione per comode evasioni dal pensiero primo e ultimativo: il cazzo di VITA che ci è toccata: quell’ordinario impasto di carne ed abitudini e parole e lesioni e indomabili incontrollabili indecidibili ereditate fissità che ci fa essere quel che ineluttabilmente ed ineludibilmente siamo. Una condanna altra. Una condanna da cui parzialmente fuggire proprio attraverso quello che fa di ogni singolo individuo quel che come tale unicamente lo determina: la sua, povera tribolatissima – e grandissima in termini di pura potenzialità –  COSCIENZA. Atto di volontà racchiuso e confinato dentro tutti i tragici determinismi di cui sopra… ma pur sempre da sé DETERMINATO. Sia scelta di morte o di cruda continuazione. Sia accettazione del dolore contemplato. Sia la crudele continuazione della catena delle maledizioni dandosi ad infliggere afflizioni a sé e al mondo intorno a sé. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Sia una scelta o un abbandono. Decidendo più o meno di morire e trascinare l’intero mondo nel proprio fatale gorgo. Sia, il dolore inflitto e agito e conseguentemente sopportato e subito, la misura della propria confessione d’impotenza. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Prigione sia la vita oppure (almeno) sogno di (almeno provvisoria) piccola LIBERAZIONE. Dai vincoli banali propri di questa MALEDETTA VITA che in sorte (e fino alla nostra morte) ci è toccata…

E via così… Senza nulla serva a nulla. Solo frammenti di un discorso mai fatto… che se fatto o tentato nemmeno sarebbe…