… e allora si farebbe un girotondo…

Da La Repubblica.it- Il Vaticano lancia le sue proposte “Serve nuova autorità finanziaria mondiale”

Arrivano. Con colpevole ed imbarazzante ritardo ed alla spicciolata ma, obtorto collo, arrivano. Senza smentirsi più di tanto. Provando a balbettare qualcosa di sensato dopo aver nei secoli rincorso ogni forma di pensiero dominante. Tra timidi tentativi di serie analisi della realtà e vergognosi accomodamenti col Potere e col potente di turno. Plutocrati compresi. Ora si accodano senza gli opportuni anatemi che farebbero del loro sdegno qualcosa di più serio di quella che altro non è che – in verità vi dico – una modesta e rituale presa di posizione. Pluff.

E cominciare a rendersi conto che stiamo assistendo ad un salto di CIVILTÀ? Che quello che è talmente evidente – che a non vederlo ci si rivela inevitabilmente oltre che criminali anche criminalmente ed irrimediabilmente stupidi – è che è il sistema CAPITALISMO che è arrivato ad un suo, pur previsto, capolinea. Oltre il quale o si procede per somma di libertà e civiltà oppure si recede ad un mondo governato dalla bruta forza e da vetustissimi squilibri tra diverse disperazioni sempre più pronte alle diverse devastanti deflagrazioni. Lo spadone dei barbari contro le raffinate coltissime debosce della tarda romanità. Per dire. In un mondo globalizzato, per dire. Nel tempo ad attrezzarsi ai più vari e deleteri sconquassi, per dire.

E dunque? O continuare a trasformare gli oggettivi BENEFICI che indubbiamente le innovazioni tecnologiche apportano all’umanità liberandola da fatiche e da lavoro, in PROBLEMI secondo un usato stupido assodato e supinamente accettato, ottocentesco stereotipo OPPURE si comincia a dare un senso ALTRO alla economia cominciando a REDISTRIBUIRE,  più per motivi di spicciola ragionevolezza che di edificante equanimità, PATRIMONI, RISORSE, REDDITI e LAVORO.

Se si ha paura dei termini non li si chiamino piccoli necessari inevitabili “elementi di comunismo”. E neppure di socialismo se l’evocazione turba più di un sonno di più di un qualche scemo.

Li si vedano come piccole iniezioni di UMANA e CIVILE convivenza. Senza le quali… O socialismo o barbarie si diceva? Ecco.

Naturalmente son solo cose che qualche isolato cretino si permette di scrivere su un ridicolo blog e niente più. Ed è ovvio che l’umanità ragionante e responsabile e proiettata in un futuro fatto di realtà e privato delle fantasiose utopie costruite su inattuabili considerazioni, si darà ad una ESIGENZA di CRESCITA INFINITA e…

Bummm?

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Se piangi se ridi (Solo in Festi-val…).

Da IL FOGLIO.it- Quella inutile lezione della Merkel e di Sarkozy

Fa quasi tenerezza la pervicace patetica insistenza del buon Ferrara a, puntigliosamente ( per sua personale – di Ferrara, Giuliano, non  la città – vanitas più che per stima o affetto o chissà cos’altro ), incitare il suo triste eroe ad un moto di riscatto risolutore e a difenderlo da un suo (di Ferrara, Giuliano, non la città) altro, già trapassato idoletto. È un vezzo e un vizio insito nell’intima natura di questo grosso italico intellettuale quello di abbracciare e di pugnalare alla schiena con pari libidine ogni forma di causa persa  (e a volte indecente) e averne la gran faccia tosta e la azzeccagarbugliesca dialettica di vantarsene senza mai provarne un filino di vergogna. Maestro e gran trascinatore, in questo, occorre ammetterlo, e iniziatore di un diffusissimo stronzissimo Pensiero.

Che poi – nel merito – per la verità i due allegri reggenti non è che avrebbero gran motivo di ridere (a parte l’italico pagliaccio). Infatti sia la Merkel che il pari buffone Sarkozy hanno di gran lunga meno possibilità di un FUTURO (politico, s’intende) di quante ne abbia il ciarlatano nostro plutocrate. Purtroppo per noi. Ma che come POPOLO ce lo meritiamo tutto. I francesi e i tedeschi per molto meno difficilmente rieleggeranno i loro attuali governanti. Noi no. Una adeguata campagna pubblicitaria e come niente ce lo ritroviamo per un altro triste lustro. Salvo sodomizzarlo con un bastone… POI. Solo poi, bestialmente e vilmente poi, come hanno fatto i servi libici ribelli col loro, già venerato, conducator.

La pace sia con noi.

L’alito leggero di un… TIR ( o un SUV, ma anche una Smart basta e avanza)

Lisette ModelDa Corriere della Sera.it (Milano- Cronaca ) – Donna travolta e uccisa da una betoniera

Toh? Giusto stamani. Cammino appena fuori (quasi sull’erba) dalla bianca striscia che delimita la carreggiata quel tanto che basta perché un camion mi sfiori dolcemente (a mezzo metro di un bestione di tir che se ne fa i 50 orari è cosa non simpatica del tutto, la strada è semiperiferia di un medio e mediocre paese padano, sic!). Proprio lì stanno due indifferenti auto di indifferenti Vigili chissà quanto urbani. Mi accosto e chiedo non sia prevista una minima distanza anche di lato per i veicoli che sorpassano bici e pedoni. Irridente il simpatico (?) vigile – chissà se urbano – mi dice che nulla è dal codice previsto su siffatta questione.

– Possono sfiorarmi allora? –
– Oddio, non lo so –
– Possono, nel caso, col movimento d’aria, farmi sbilanciare con la bici e farmi finire sotto le ruote? –
– Boh –
– Ma se non esiste una distanza da rispettare non che per questo loro lo possano tranquillamente fare… di guida pericolosa, almeno, si deve trattare –
– Mah –
– Posso starmene preoccupato?-
– Beh –
Mi guarda (il Vigile dal pensiero poco vigile) con un po’ di compatimento, come se pensasse “ma tu vedi come questo povero scemo si preoccupa della minuta gente che viene ammazzata per la strada da altra gente che lavora e ha fretta e poco tempo e voglia di scansare i cretini che ancora si attardano ad andare in bici o a piedi… se ne stessero a casa e non rompessero i coglioni… specie ai vigili che non sanno cosa rispondere a delle semplici domande sul come evitare che dei pedoni e dei ciclisti se ne faccia marmellata a piacere… beh

Ecco, appunto, beh.

Bamboccioni col pedigree

Da Il Giornale.it– « Altro che indignati; Sono solo bamboccioni» di Fabrizio Rondolino

Ganzo, no? Che l’uomo (ometto piuttosto che no… nel senso di omuncolo, cervelloticamente parlando; e anche di tralasciato, scansato, evitato, non detto, omesso nel senso di prima persona del verbo) venga da un oscuro ma chiaro passato, che conta? Figlio di un Gianni, già non trascurabile e non esecrabile storico del Cinema. Meritocrazia discesa da dinastia, per dire. I suoi primi passi (del prode Fabrizio, s’intenda) li compie, oh prodezza, su l’Unità (s’intende il giornale) nel difficile compito e ingrato d’intervistatore UFFICIALE del Segretario d’allora e Generale dell’allora PCI (poi PDS, DS PD) Occhetto il cognome e Achille il nome glorioso. Aedo. Galoppino. Ragazzo spazzola. Vi piaccia dir. E che, per vie consuete di stronzisti che si credono (non di molto errando, in verità, dati i tempi infami e stronzi di loro) la via dello stronzismo la più breve e più larga per darsi a un Futuro (anteriore, che presiede a un passato, ma veh) ed è perciò che da assistente già dalemiano approda – ma va? – a Il Giornale (inteso proprio – e par di scherzare – come giornale). E… pare che basti… e son basti e somari e … e… bah!

Senza dimenticare che, junghianamente o meno, Rondolino fa pur sempre rima con cretino.

Tiè*.

P.S. * Nell’intemerata è da comprendersi un piccolo trascurabile patetico recentissimo miserevole e un po’ meschino (da parte di chi scrive) conflitto d’interessi…

 ri-bah…

Il proibizionista guercio è stupido (e a volte un criminale)

Da L’Espresso.it – Gioco d’azzardo: L’Italia ormai è come il Nevada

Ridendo e scherzando, come spesso si suole qui, e giocando. Magari cercando di approfondire i motivi per i quali questa antropologia si impone in questa banda di mondo che sempre ridendo e scherzando si è a cicli storici (ventennali anche e con qualche Ca… Ca… Cavaliere fracassone che ricorre, stranamente, veh)  giocata oltre che la propria libertà anche una gran bella porzione di una indefinita dignità. Primi nel mondo, mica cazzi. Giocati in anni 10 un quinto (400 miliardi, mica cazzi) dell’intero italico Debito Sovrano. Un soldino alla volta dentro l’infernale macchinetta mentre gli stupidi comprano il giornale e se ne vanno senza nemmeno un flebile tentativo di acchiappare la fortuna puttana che a nessun si nega. Grattando qui e vincendo (càpita) là. Ché, in effetti, nella legalità – si afferma nell’articolo – del monte-giocate un buon 70% ritorna , secondo una bislacca, e fortunosa sì, redistribuzione, ai giocatori. Una tassa – quanto mai equa ed intelligente e sommamente giusta – sulla stupidità. E, peraltro, sulla umana debolezza. Su chi potendo o meno, avendone o meno la possibilità, in preda a furori e a languori del tutto simili a chi si sbatte tra pusher e osterie a cercarsi la sua dose quotidiana d’eroina o alcool, butta la sua vita e quella di chi gli sta accanto, sul verde tavolaccio della sorte, anzi Sorte. Donne e uomini in preda di deliranti voglie – che in breve si trasformano in patetiche pretese – di ri_vincita contro il destino infame, febbrilmente alla ricerca del ultimo soldo e dell’ultima rovina… e via così.

Quello che ci si chiede: E Giovanardi?

Pôre stele

Da La Repubblica.it- Fiducia, il governo si salva: 316 sì. I poli si preparano al voto in primavera

E i polli anche. Cominciano davvero (i polletti peones e spennacchiati più o meno responsabili, scilipotianamente intesi) ad essere oltre che indecenti (per le note ragioni) anche veramente patetici. Da quasi (quasi) intenerirsi. Si affannano a salvarsi il deretano nel breve periodo decretando invece la loro fine prossima e ventura: con un governo di larghe intese sarebbero arrivati (gli idioti disgraziati) ad un discreto passo verso l’agognato vitalizio. E invece il loro gran benefattore dal magico (ma è questione di pompetta) piffero li sta portando tutti verso il precipizio delle elezioni anticipate.

Pôre stele…

iTribal

Da IL FOGLIO.it- ANDREA’S VERSION -13 ottobre 2011

E menomale che non coincide con la ricorrenza della scoperta dell’America. Appena appena in ritardo. Con l’eventualità sperabile che vi sia un doloroso fardello di autoironia nella sfilza di scempiaggini elencate dall’intelligentissimo fogliante (o foglista). Uno sguardo di disapprovante severità che lo colpisca allo specchio al mattino: aver per lustri (decenni, ormai) sopportato, peggio, supportato le grandiose schifezze (per limitarsi agli scritti e agli orali, generosamente tralasciando i crudi fatti) perpetrate nel corso di un tempo infame e crudele.

E che si credeva? Che irridendo e sputtanando ogni forma di minimo decente richiamo ad una minima decente esigenza di far prevalere la minima e decente intelligenza nell’ordinario vivere nostro e quotidiano, nel nome – nel caso degli intelligentissimi (già detto? ma va?) ed intrepidi opinionisti de Il Foglio di una superiore altra esigenza, di finissima altra necessità, di altra brillante occorrenza; nel nome – nel caso della populistica destra menefreghista e restante, allineata al corrivo giornaliero elogio della stupidità – di una esibita e vantata ignoranza da celebrarsi in nazionale modello… oh yeahhh

Che si credeva? Che il Paese che traesse un qualche miracolistico beneficio?

Scemi.

“Restate affamati, siate folli” ma anche no

Da Corriere della Sera.it- Addio a Steve Jobs, il genio della Apple

Siamo alle solite. Come sempre non ci si riesce a sottrarsi alla santificazione di chi per vie normalmente strane e pur consuete nel suo (individualisticamente molto utile e vantaggioso alla normale affermazione di sé ) “farsi Re” sa anche intercettare bisogni (più o meno proiettati secondo status), desideri (spiccioli anzichenò), sogni (più che speranze) di chi, tautologicamente grato, contribuirà alla fondazione di quel regno. Se poi l’eroe del caso abbia a che fare con innegabili cambiamenti, evidenti vantaggi, mirabolanti trasformazioni del suo (d’acquirente) quotidiano vivere e se questa magica robetta iniziatrice di fantastici (e fanatici) entusiasmi possa essere condivisa con miliardi di persone nel mondo (non quella propria, anzi esclusivissima, tecnologia, solo la contaminazione di quella e la sua mera possibilità, ché l’esplosione s’attiva per dispositivo di banale simpatia), che ne derivi questa reazione, solo che se ne conoscano le meccaniche e gli automatismi che presiedono ai movimenti (nel senso proprio di ondeggiamenti, sbilanciamenti, sincronie di braccia, sintonie di sguardi, tocchi delle dita, accavallamenti di gambe, capitomboli, cadute ecc.) delle masse, neanche può sorprendere poi più di quel tanto.

Che un genio (effettivo) niente male, poi, da un palco pratichi questo piacevole massaggio in forma di messaggio da santone zen (nel dubbio non possa esistere uno santone zen, lo si visualizzi pure, basta un touch ) ad una folla che non attende che da sempre un qualsiasi messia che la esima dalla fatica del Pensiero e che questa folla ne rimanga al solito estasiata… beh. E che successivamente si intavolino e si apparecchino memorabili eventi per promozionare i magici aggeggi che da lì a poco (insieme ai suoi, nient’affatto inferiori, consimili, a volte migliorati, sempre, rispetto al primo marchio, debitamente scontati, tiè) invaderanno questa specie di mercato che esattamente sta tra Piazza degli Affari e Via della Libertà…

Consapevoli, possibilmente, che esistono letture altre di una assunta e sussunta realtà.

E anche che, di controcanto, si possa da veri cretini, quali indubitabilmente qua si è, embè controbattere :

E non accontentatevi, cazzo, di gadget costosi e fichi e furbi e zeppi di diversivi tecnici con pochissima sostanza…

Siate dunque folli, ma anche non completamente cretini.

Augh

Il Crollo

Da LA STAMPA.it – BUONGIORNO di Massimo Gramellini: Un Paese che rinnega se stesso –

Se mai se ne voglia leggere nelle cose che ac_cadono i SEGNI che il dio junghiano disperatamente indirizza a queste disastrate lande. Se mai se ne voglia leggere in quel “BUONGIORNO” l’amaro disperato sarcasmo su un disgraziato (per colpe tutte sue, va da sé) Paese. Nel mentre che tutti i titoli dei distratti italici giornaloni  si impuntavano sui casi e sui cazzi di una americanina e del suo ganzo pugliese (non Romina e Albano – cit. da Spinoza.it ) assolti per caso o per amore di giustizia o per noia o per adesione indolente agli stilemi della intellighenzia (tutti prìncipi del foro ma anche princìpi del foro – inteso come buco – quei nostri degni opinionisti) nostrana e cinica, chi lo può dire, dall’accusa di avere ammazzato insieme a un negrogià in galera una povera studentessa inglese mezza negra e mezza niente, evidentemente. Nel mentre che il Paese è nelle solite (sue, di lui, il plutocrate puttaniere) faccende affaccendato, provandoci a farsi i cazzi deliziosi suoi tra intercettazioni, giustizia, risarcimenti… cose sue consuete e mai mansuete embè. Nel mentre che scatta l’ormai inutilizzabile monito in forma di declassamentodi autorevolezza e serietà e credibilità bah…

Ci sta quel paradigmatico crollo. Una demolizione adiacente. Gli scricchiolii. Gli allarmi autorevolmente ignorati. Il lavoro nero. Le donne. Una paga da schiave. Il crollo. La morte. Le macerie. Il postumo dolore. Le urla. Le grida. I titoli – tardivi, solo stamane – . I corsivi. I fondi.

Il FONDO: È dove stiamo.

Il CROLLO: È quello che siamo.

Medi(t)o: dunque sono

Di rabbia e d’amore infine, noi tutti ci vestimmo. E nudi restammo come se avesse un suo senso la fiera che, febbrilmente annusando le orme delle sue fuggevoli prede, brama la ridicola sua vana vanità. Noi? Le plurime facce di un unico d’io già morto o forse mai nato che fu? Adorato d’immaginata bontà. Venerato di presunta bellezza. Idolatrato da ipotizzata coscienza. In un recinto d’arbitrio che si de_finisce “libertà”. Senza riguardo, ti prego – sussurrammo noi folli a quel corpo mitizzato eppure ormai scaduto – procedi e risolvi il tragicomico dilemma. Brutalmente e pur sorridente decidi definire questo ultimo stadio di deliri osannanti il loro campione di taglio, di taglia, di sfondamento, di stile e muto e pur esultante e pur roboante, rancore. E recidi il brandello di ultimo senso residuo. Tra noi (?) ci capiamo. Tra noi (?) siamo usi a tradirci per meglio compenetrarci. Prendendo gli uni dagli altri il poco (ma è sempre un troppo al fine scontato) che resta del quotidiano pasto di agra dura solitudine e tenerezza di complice sguardo ad un mondo magicamente imperfetto, all’ombra di un flaccido pensiero. Avanzando, dunque. Più o meno attivamente. Appassendo come fiori di carta al suo macero. S’affondò la beatitudine di singola ebbrezza bagnandosi le caviglie appena. Raccogliendo per le perdute vie delle strade perse le ninfee del vizio assurdo e pur vivido d’innocenza la più pura. Mani si toccano nella paura e nel calore di una ritrovata confidenza. Con l’Eterno. Con l’acre odore di piccola genuina Umanità. Con le domande insinuanti ed inutilmente insistenti, che andranno correttamente disertate, sul “dove si va”.  Di stenti e di paranoia si morì e – s’iniziò – di rabbia e d’amore ci rivestirono rivelando la nostra disarmata nudità.

Sfiorando l’infinito con un dito: medi(t)o, dunque sono.

Strisciando

Un tocco di grazia apparente. Un tocco di niente rappreso e compreso tra un livido cielo e una terra sconvolta. Aggirando quel piccolo senso che insorge, di normale allegria, nel mesto orizzonte della vastità della mente. Che mente, evidentemente. In quegli interstizi di vinta incompresa eventualità. Di qui. O di qua. Per vie le più impervie. Irrisolte. Agitate da un vento di spensierata stupidità. Ma ancora più dentro, o fuori, se solo si voglia spaziare, di pensiero e di accento, in condivisa militarizzata parola, a coglierne il vuoto. O il pieno, se solo si voglia traguardare il proprio ridicolo  di manifesta idiozia con gli occhi di un bimbo. Di quello sguardo d’infante che riordina il caos secondo il proprio delirio appena un po’ prima della avvenuta persa innocenza. Come sempre si fa. Qui o di là. Se solo si voglia capire che ornai nulla v’è da capire se non l’incompreso palese, evidente, lampante che sfacciatamente s’impone. Un attimo prima della rivelata e rilevata coscienza. Un attimo dopo di una morte avvenuta (a_venuta). Un deprivarsi di sensi per quell’ultimo (ma sempre primo, dimenticando il passato che passa e che mai passerà) senso. Irridente. Irrisolto. Irrilevante del Tutto. Che toglie e che dà. Provvisorio. Irrisorio. Per sempre contraddittorio con la, sedimentata e pur vana, miserrima nostra e mai nostra, percezione banale. Perciò…

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Incontrandoci quasi per caso fingemmo (?) non esserci mai conosciuti. Per darci un sussulto di pura perversione nel prenderci un po’ per il culo e un po’ per il nostro fatidico altrove. Fino a scambiarci un formale e pur libidinoso: « È stato un piacere questo nostro dovere ». In effetti, per personali sconcerti, prendemmo congedo da eventi più grandi (e cosa mai non lo è?) di noi. Di nuvole e piccole piogge. D’autunni silenti e brumosi. Di suoni lontani. Di giri d’uccelli all’intorno.

Stanchi, ci avviammo.