La Colpa

nuiogporrfdLa colpa è del rosso amaranto, di un sussurro di flebile voce, di un’estorta carezza, di una parola non detta, di un tempo immaturo ma pur sempre accaduto, di un luogo di troppo facile accesso, d’una orfana luce del buio, dell’odore di un fiore ignoto. La colpa è dei sensi innocenti. Dell’acqua che scorre. Dell’ora di un caldo meriggio. Di un ozio inventato e di noia. Di un sogno di giovinezza. Di un fuoco già spento. Di un vago confuso ricordo.Di una voce roca che canta alla radio, del ritmo lento che lento si trascina verso una fine che non ha fine. La colpa è dell’inizio di un giorno qualunque. Comunque, una colpa. Se mai è una colpa. Una condanna, comunque.

Addiario decadence

Serve un poco d’incoscienza (d’inconsistenza nemmeno se ne nasce, figurarsi se non se muore) per andare verso (piacerebbe attraverso, immaterialmente, come uno scemo di neutrino, ma pure si è quel cazzo d’inconsistente – appunto – nulla che si è… ) quell’oltre che c’incanta e che ci fa morire. Sentissi il ticchettio dei diti su questa vecchissima tastiera… No, inutile finzione… Tutti, ma proprio tutti se ne beano di queste ossessioni… Specie in certe inutili sessioni di amore e morte e vita varia già molto spesa e da non acquistarsi mai. Se ne ha di troppo. Se mai esiste (e certamente a modica cifra esisterà) apposita applicazione da scaricarsi con qualche triste foia, da tedio esistenziale travestita. Anche dei tardi flussi di coscienza di un ubriaco o scemo o disperato sia, se ne avrebbe a troppo. Insieme a biografie, viaggi, eroiche imprese, sapide battute, dosi letali di antipolitica, veementi tirate contro le caste e cantiche deliranti alle puttane. Non occorre ripetere all’infinito le cose per tediare oltremodo il mondo sulle stronzate oltristiche… Che fanno riferimento al solito putrefatto (nel senso di puteolente e sfatto e semovente per via di normali vermi in gozzoviglia ) ego del cazzo. Lo si è capito che a meno non sia una cosa davvero esplosiva… di stile, s’intende, ma che stile, ché oltre (quello!) al ritorno alla incomprensione, ai gesti, alle smorfie mugugnanti, agli accenni, agli sguardi, perfino agli ammicchi… No, gli ammicchi presuppongono una condivisa convenzione… Prima… Prima del rivolgimento (la posizione prona nell’accoppiamento è quel “prima”) degli occhi che si incontrano e comunicano quella comunione di dolore e di morte che è propria di quella specifica cosa… Introduzione che era e movimento fino ad un breve godimento… Eiaculazione, vita…  Chissà fino a quale altro incontro. Ma gli occhi negli occhi… Il cupo condiviso piacere… Quella scossa, quel fremito, quel brivido, quello sguardo che si perde nello sguardo dell’altro… Il tragico (sarà) inizio di una volontà… Di un reciproco accudimento mentale… Un pensiero (pur privo di parola, è il punto) dedicato a quello sguardo, a quel dolore fatto di piacere, a quel bisogno di affondare in quell’inconoscibile già appena conosciuto OLTRE quel cazzo che sussulta. Si senta. Sia il proprio o dell’altro. Attivo sia, o passivamente accolto.

Ascolto. Serve un poco d’ascolto. Stamane alla radio si parlava di Mirò che parlava d’arte e di natura: – Gli alberi hanno qualcosa di umano – concludeva.

Cazzone.

Medi(t)o: dunque sono

Di rabbia e d’amore infine, noi tutti ci vestimmo. E nudi restammo come se avesse un suo senso la fiera che, febbrilmente annusando le orme delle sue fuggevoli prede, brama la ridicola sua vana vanità. Noi? Le plurime facce di un unico d’io già morto o forse mai nato che fu? Adorato d’immaginata bontà. Venerato di presunta bellezza. Idolatrato da ipotizzata coscienza. In un recinto d’arbitrio che si de_finisce “libertà”. Senza riguardo, ti prego – sussurrammo noi folli a quel corpo mitizzato eppure ormai scaduto – procedi e risolvi il tragicomico dilemma. Brutalmente e pur sorridente decidi definire questo ultimo stadio di deliri osannanti il loro campione di taglio, di taglia, di sfondamento, di stile e muto e pur esultante e pur roboante, rancore. E recidi il brandello di ultimo senso residuo. Tra noi (?) ci capiamo. Tra noi (?) siamo usi a tradirci per meglio compenetrarci. Prendendo gli uni dagli altri il poco (ma è sempre un troppo al fine scontato) che resta del quotidiano pasto di agra dura solitudine e tenerezza di complice sguardo ad un mondo magicamente imperfetto, all’ombra di un flaccido pensiero. Avanzando, dunque. Più o meno attivamente. Appassendo come fiori di carta al suo macero. S’affondò la beatitudine di singola ebbrezza bagnandosi le caviglie appena. Raccogliendo per le perdute vie delle strade perse le ninfee del vizio assurdo e pur vivido d’innocenza la più pura. Mani si toccano nella paura e nel calore di una ritrovata confidenza. Con l’Eterno. Con l’acre odore di piccola genuina Umanità. Con le domande insinuanti ed inutilmente insistenti, che andranno correttamente disertate, sul “dove si va”.  Di stenti e di paranoia si morì e – s’iniziò – di rabbia e d’amore ci rivestirono rivelando la nostra disarmata nudità.

Sfiorando l’infinito con un dito: medi(t)o, dunque sono.

Strisciando

Un tocco di grazia apparente. Un tocco di niente rappreso e compreso tra un livido cielo e una terra sconvolta. Aggirando quel piccolo senso che insorge, di normale allegria, nel mesto orizzonte della vastità della mente. Che mente, evidentemente. In quegli interstizi di vinta incompresa eventualità. Di qui. O di qua. Per vie le più impervie. Irrisolte. Agitate da un vento di spensierata stupidità. Ma ancora più dentro, o fuori, se solo si voglia spaziare, di pensiero e di accento, in condivisa militarizzata parola, a coglierne il vuoto. O il pieno, se solo si voglia traguardare il proprio ridicolo  di manifesta idiozia con gli occhi di un bimbo. Di quello sguardo d’infante che riordina il caos secondo il proprio delirio appena un po’ prima della avvenuta persa innocenza. Come sempre si fa. Qui o di là. Se solo si voglia capire che ornai nulla v’è da capire se non l’incompreso palese, evidente, lampante che sfacciatamente s’impone. Un attimo prima della rivelata e rilevata coscienza. Un attimo dopo di una morte avvenuta (a_venuta). Un deprivarsi di sensi per quell’ultimo (ma sempre primo, dimenticando il passato che passa e che mai passerà) senso. Irridente. Irrisolto. Irrilevante del Tutto. Che toglie e che dà. Provvisorio. Irrisorio. Per sempre contraddittorio con la, sedimentata e pur vana, miserrima nostra e mai nostra, percezione banale. Perciò…

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Incontrandoci quasi per caso fingemmo (?) non esserci mai conosciuti. Per darci un sussulto di pura perversione nel prenderci un po’ per il culo e un po’ per il nostro fatidico altrove. Fino a scambiarci un formale e pur libidinoso: « È stato un piacere questo nostro dovere ». In effetti, per personali sconcerti, prendemmo congedo da eventi più grandi (e cosa mai non lo è?) di noi. Di nuvole e piccole piogge. D’autunni silenti e brumosi. Di suoni lontani. Di giri d’uccelli all’intorno.

Stanchi, ci avviammo.

Ri_posarsi

Poi in realtà (ma quale?) non farlo (ma cosa?). Indulgendo nel patetico vano tentativo di una mera sterile continuità. Quando la contiguità si esclude, spostando, nel viaggio oltremare, l’amore che sa di pozzanghere al sole. Riprendersi il piccolo illuso dovere con un sibilo tenue richiamando a sé la piccola folla confusa di molteplici complici “sé “… condivisi… divisi … contusi dal tempo… forse perfino mai conosciuti… Odiando il patetico me stesso di adesso… invidiando bonariamente il colorato entusiasmo dei miei sedicianni … dimenticando il cupo timore di divenire quello che sono… che sarei diventato… che pure non è (non lo è mai fino in fondo…) quello che sono… qui… ora… In fondo è solo accadente perplessità… Con-fusione di ruoli mai definiti… Ah scivolassi per sempre sul muscolo molle con-tratto… Sul bordo di una solitudine scelta dal caso o dai geni … se tali li si può definire… giocando sì… parlando al mio ri-lasciato trito-ritratto… Lontano da qui… a non compiacere… distante… scostante… richiuso… rinchiuso… ringhiante… offrendo le spalle a chi vuol sparare… o sperare… non cambia di molto l’approdo… Ma se fosse un parlare sarebbe un delirio… scrivendo su un piano inclinato si dis-piega un sudario… epigrammi leggeri… distorti… destinati a dissoluzione … da sé… di sé … per sé… per seguir l’aquilone in paterno eterno racconto… magari le pause… le interruzioni… gli stacchi… il ritmo consueto cantilenante… spezzando parole a trovar multisensi… E l’abbandono ai ri-chi-ami… Le ibride connessioni asessuate d’irrisolta dissolta semanticità… Le associazioni di senso interiore ad asporto…(pagando s’intende…) le frasi mozzate… trinciate… Le cadute sillabiche incaute e incomprese… in compresse d’alienazione… pasticche o pastiche di venialità…il sotteso nell’ impassibile forse impossibile inteso… intuibile per intenso tacere… la solitudine dei giocatori di solitari… Ci vuole immaginazione per una proficua masturbazione? E non c’è niente da ca(r)pire… semplice no? nulla sospeso… un fiocchetto… un nastrino… null’altro che nulla… nulla che interessi (semplificati od imposti… seduti in disparte… in posa scomposta… lo sguardo nel vuoto… un idiota sorriso …) un mal-trattato sul nulla… parlando si sarebbe notato? Annottare… per farsi sorprendere da un afoso nebuloso mattino… a beneficio di cosa? Di chi? Per una rincorsa straziata a/da/di comprensione? Uno storpiato innocente delirio? Nemmeno poi tanto profondo …Un orrido di superficie senza gran sensi… di colpa o di dolo… il colpo affondando nel cuore… Per cosa poi? Per essere il poco che comunque si è? Determinato dal caos o dal caso o… da cosa e da chi?

Una sera un uomo e una donna… per lenire un dolore… per cercare un piacere… per rifugiarsi in un dolce tepore…

Serve un maloox, oximor?

Se, come dice Pascal, burlarsi della filosofia è veramente filosofare, burlarsi altrettanto della parola è veramente parlare?

Quello che si tace e che confonde… che dentro a un cuore mentitore deve la propria ricordanza lacerata. Quello che non si rivela che in un pallido riverbero di luce nel mattino. Quello che in un cammino stanco di viandante ritrova il suo passo già perduto,  quando appare alla memoria il suo riposo e la sua morte, solo si consola e ritrova il suo respiro calmo, di colpa e dolo per ritrovare il senso del continuo ininterrotto tradimento. Mentre si porta altrove e si concede all’ultima speranza . Chiude.

Lungo la via che porta al non ritorno stanno le morte foglie calpestate.  Non era autunno… era tarda vigorosa e pure stanca estate … (non è indifferente noncuranza … è passo greve di troppa gravità di un bastardo basto d’impotenza e cecità…).

Soggetto solitario senza oggetto… ( non è involuta sintassi d’una indifferente noncuranza… è spirito dissolto in una in-volontaria ambiguità).

Ma poi… mai credersi viandante. Quando l’orizzonte muta e il tempo varia nelle forme e nei colori e nella luce è semplice giro del mondo intorno al sé che casualmente include un triste patetico buffone . Non credersi il suo sommesso canto che lento alleggerisce il suo intimo-rito stanco e incredulo avanzare. Non credersi nemmeno il suo bastone che nel fango e nella polvere segna il ricordo del suo vagabondare… e dolcemente e pure senza un velo di pietà sposta i sassi dal cuore della triste via consueta al sogno vagheggiato dalla mente che perfida al suo cuore mentirà…

Non credersi nemmeno mai ragione del suo cuore né vana fuga dal suo fuggire invano. Solo si è quel breve incerto inframmezzato passo… Né l’ultimo che forse mai non si comprenderà… Né il primo già riposto nell’abbandono quieto del ricordo… Già, ma di che cosa è fatto e cosa è quell’indolente passo? Esitante volontà? Macabra danza ? Azzardo del destino verso il vuoto? Musica cadenzata a sua paura? Ossessivo ritmo fatto di risentita nullità? Forse moto? Banale accadimento? Frazione di tempo inesplorato? Spaziale spostamento del pensiero? Lieta speranza oppure inconsapevole agonia?

Chi sa?

Dettata dirittura senza svolta

E scrivere, qui o altrove, la colpa misurata e offerta di una non finita infinità. Infame ed infima raccolta in/di un promesso addiario. Impudico e pure reticente dileguante nelle sue promesse in-mantenute premesse di leggero tradimento. Fatte delle assennate assenze che non si chiude e che non chiede altro che la sua, indecente e vile, cedente svolta, di là oltre gli sminuzzati fatterelli d’ovvie conclamate conclusioni. Usa il cuore, mi suggerisce, che la mente  mente per suo statutario monumentale monumento (e poi si paga il dazio che si deve mimetizzando preventivamente il pervertito: Ragazza triste che giochi coi pupazzi a cosa pensi mai? Penso ai ragazzi dai mille lazzi Penso ai ragazzi dai mille cazzi…) Inesorabile sovrano al fondo; fango d’argilla solido e un soffio divino e solitario. I suoi torti, le sue perplessità. Incede al suo degrado all’orizzonte; labbra schiuse, lingua consolata per storie liete e lapidarie. Lacrime imprigionate dentro al sale. In fondo che ci vuole? Io e te e Madamadorè,  un male antico, un monito slabbrato, due dita di promessa vendicata, un passo lesto e inquieto e poi le cose come sono; come dovrebbero essere, come non saranno forse mai. Per indolenza, opaca incapacità, gioco di numeri, messianiche imposizioni. Per naturale conversione a un nulla assolutorio, per limiti banali di forza resistenza volontà. Per scomoda misura o posizione o statico momento.  Niente ci esime dal crudele rendiconto che ci torna, preciso, inappuntabile, mai smentito, temuto, paventato, già accaduto. Cartago delenda est. In numeri romani. Zero zefirico mancante e una passione mendicata. È sempre tardi per iniziare a vivere se piove. Troppo presto per sopravvivere al sereno. Si cade nella nebbia del pensiero desiderando la tormenta e la sua pace. Attingere al (non) luogo comune, riprenderlo dopo la tortura, la ritorsione. Sospingere sul vago a  fare rifibrillare il cuore stanco . Combinare le assorte assenze selezionando dai silenzi ottusi l’improprio grido senza dimensione dei vuoti che si toccano en passant solo en passant, convertendo l’illusione allo sgomento. In viva voce: io ascolto lei legge il mio labiale sullo schermo mal digitato d’improvvisazione con una lusinga di finzione Conferma lo stupore della banalità la meraviglia che non s’avrebbe a dire la stupida sconvenienza della svelata ingenuità esposta squadernata ( come un’alzata di sottana all’amico del figlio tredicenne…toh!!!… rimira guard e se lo vuoi tocca azzarda con la mano prenditi il dolce frutto maturo inaspettato ma non lo dire mai… a nessuno… te lo raccomando Non lo dirà… perché teme i pasticci e gli imprevisti paradossi spazio-temporali… O forse è solo un piccolo poeta… E quel silenzio diventa il suo primo ed ultimo macerato idillio, l’opera omnia di un consapevole cretino…). Ma è di un altro sbandamento… altro mandato… altra condanna… altro tempo dilaniato… debita crudeltà… forse dovuta… forse dal sen fuggita o strategia di ragno, non importa, emerge il sottaciuto l’epifania l’inaspettato evento. La parola riprende anima e si fa dannata,così, semplicemente nel sottobosco l’improvviso scroscio ristabilisce un nuovo inizio. Un altro…. nuove muffe… le foglie decomposte disperdono memorie… colpendo a caso Qualcuno cade e s’assopisce e forse muore. Qualcuno si risveglia, si raccoglie, si sfama al pasto molle. Annusa il tempo passeggero e poi… lo segue.