Te_dio est_ivo

Fino in fondo. Al fondo. Tornando sui soliti passi. Orme. Giro del mondo. Dell’isola del naufragato. Il giro dell’isolato. Al fondo. Fino in fondo: un proposito, un fine (e una fine), una libidinosa promessa, una sconcia preghiera, un patto stabilito, una visione orografica, un limite (ma forse illimitato) temporale, un indefinito obbiettivo, un convergenza di intenti… Tutto, come sempre. Racchiuso nel ventre di una sacra ma poco immacolata (colata, piuttosto) concezione. Pensieri incolti. Rivoli di sudore. Noia e fatica. Ansimando e cercando… un altro Egitto. Sono quelle le riconosciute connessioni. Le infiltrazioni delle parole nella molteplicità del senso che ambiamo cogliere tra solitudine e dolore. Chiusi da un’unica mai rimarginata ferita intorno a quel pudico plurale che fa ri_ ferimento ad un unico consapevole cretino. Scrivente senza riconosciuta patria autorevolezza… scivolando in maternale materialità… mater materna… fino a quella incantata fraterna città. Ti ho qua, invisibile dolce memoria. Occhi socchiusi a respirare una brezza. Ti ho qui. In questa dannata calmata temperie fatta di ripide puntute armonie. S_con_fitta è quel segno. Circondato dagli ipocriti assedianti del perdono. Ognuno con la sua bella cattiva coscienza comprata all’incanto di una presunta amicizia. Intanto che s’inizia l’ennesimo consunto rivisitato consumato percorso. Trattando in angoli bui di miserie ed amori con loschi figuri stretti parenti di banali sentimenti. Premendosi le dita sulle labbra per meglio tenere il conto delle nostre impenitenze assurde e indecifrabili. Oh, certo… il minimo richiesto era (e resta) un po’ di cuore se non d’irraggiungibile ragione. Se di torto trattiamo. Se… in fondo. Appunto. A quell’ineludibile inizio. Per altri versi, sensato, anche se non troppo pensato. Considera la meta da raggiungere. Considera non approdare mai ad un’ultima consapevolezza. Considera l’intima tua indole naturaliter portata al disprezzo di quello che esiste. Tra rimpianto e dileggio. Tra tenerezza e irrisione. Tra il pollice e alluce complici di spietato sarcasmo. Violando le leggi del volo. Per riavere ognuno la sua caduta e riaversi per non morire di leggerezza o, peggio, di noia. Mettendo, dunque, in fila e in colonna. Sfidando gli “a capo”.  Per verso perverso. Perpetuando la luce che riporta fatalmente a quel buio. L’inizio e la fine. Fino in fondo.

Fino a quel fondo.

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