“…”

È di uno sporco mesto mestiere. Della sua incerta provenienza. Della sua lieta morte ove tutto trova un suo magico inebriante inizio (se l’inizio è pur sempre ridotto a fine, non vi è scampo, semmai un lieto pranzo, un frizzantino bianco, un qualche inchino, una intrepida risalita degli acidi a lambir l’esofago… brucior di stomaco… briciole di vanità… etc.., mi fermo qua… per ora… ). Senza prove, appunto. Giusto quell’indizio. Tutto si prende per buono. Anche quello da cui deriverà il gran male… il gran male nasce da un bene… (è per pudore immenso immerso in questo irrimediabile dolore che non lo chiameremo – chiameremmo – amore. Lancinante come il grido di chi desolatamente muore. Soli si muore. Per tacer di lune. Con qualche non trattenuto furore. Semmai il dissidio si dirime osservando chi si tace. Presumendo che chi si tace lo faccia da sconfitto… da chi riconosce il suo tragico fallimento… ed è in parte, solo i parte, pur così. Si tace per somma di disperazione. Per le perdutissime parole che si videro sommerse dalle urla sconnesse. Il tono alto ed implacabile stabilisce una pur malferma verità. Imprigionando l’altrui parola e vincolando questo annichilito silenzio… una parvenza di verità pure ne risulta… stabilendo odio e rancore e nessun accordo ad un reciproco ascolto…. Stabilisce uno stato delle cose. Ruoli. Ragioni. Punti di contatto e impossibilità degli stessi. Stabilisce e afferma  e ineluttabilmente fissa i codici e le modalità dei… conflitti. Altro era forse, direttamente o meno, concepibile?  Sanno – saprebbero –  mai parole darsi a un senso condiviso tra gli agguerriti (uno, agguerrito, l’altro solo vinto) contraenti?

È di uno sporco mestiere… È di determinazioni che ballonzolano sul travagliato oceano della vita. Genetica (oh, Genesi biblica ed assassinio primo e fratricida e dramma e infinita battaglia di sentimenti e sensazioni e fughe e libertà rubate e pur concesse e prese e superbia e invidia e vanità ed infinita guerra che ne seguirà…) e miscuglio di circostanze ed ereditate tare, e bivi e trivi da oltrepassare e ponti e fiumi da guadare e maledizioni tutte da seguire e da cui sfuggire e… quello che avviene… fino a quel che fummo. Prima di essere quel che siamo. Prima ancora di diventare quello sporco mesto mestiere… prima d’esserci… prima di quel ridicolo racconto…

E dunque? Assolversi? No. Nemmeno. Semplicemente quello che si può. Gli altri… i tuoi stronzi nemici, i ripugnanti antagonisti, birilli o umani siano. Semplicemente quello che si può. Uccidili. Sia tu dalla parte della ragione e del tuo marcio torto. Nessun’altri che te mai stabilirà. Non conta e per nessuno mai conterà. Uccidili. Fanne carne di porco. Cenere. Strumenti del tuo ego. Pietruzze della tua collana. Uccidili e vivi la vita che puoi. Non sta scritto che vi sia al fondo una morale. Non c’è pedagogia, morale ultima. La vita non è un film. Vince chi vince. Uccidili e vivi allegro/a o mesto/a o come ti verrà. Uccidili tutti e che non te ne resti più nessuno. Poi sarà quel che sarà. Quello che viene. Dolore o gioia o, finalmente liberazione. Tutto quello che verrà… che verrà… che verrà

Ma non giudicarli. Uccidi chi vuoi ma senza nessuno giudicare.

Giudicheresti te.

E la tua fine.

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