Dettata dirittura senza svolta

E scrivere, qui o altrove, la colpa misurata e offerta di una non finita infinità. Infame ed infima raccolta in/di un promesso addiario. Impudico e pure reticente dileguante nelle sue promesse in-mantenute premesse di leggero tradimento. Fatte delle assennate assenze che non si chiude e che non chiede altro che la sua, indecente e vile, cedente svolta, di là oltre gli sminuzzati fatterelli d’ovvie conclamate conclusioni. Usa il cuore, mi suggerisce, che la mente  mente per suo statutario monumentale monumento (e poi si paga il dazio che si deve mimetizzando preventivamente il pervertito: Ragazza triste che giochi coi pupazzi a cosa pensi mai? Penso ai ragazzi dai mille lazzi Penso ai ragazzi dai mille cazzi…) Inesorabile sovrano al fondo; fango d’argilla solido e un soffio divino e solitario. I suoi torti, le sue perplessità. Incede al suo degrado all’orizzonte; labbra schiuse, lingua consolata per storie liete e lapidarie. Lacrime imprigionate dentro al sale. In fondo che ci vuole? Io e te e Madamadorè,  un male antico, un monito slabbrato, due dita di promessa vendicata, un passo lesto e inquieto e poi le cose come sono; come dovrebbero essere, come non saranno forse mai. Per indolenza, opaca incapacità, gioco di numeri, messianiche imposizioni. Per naturale conversione a un nulla assolutorio, per limiti banali di forza resistenza volontà. Per scomoda misura o posizione o statico momento.  Niente ci esime dal crudele rendiconto che ci torna, preciso, inappuntabile, mai smentito, temuto, paventato, già accaduto. Cartago delenda est. In numeri romani. Zero zefirico mancante e una passione mendicata. È sempre tardi per iniziare a vivere se piove. Troppo presto per sopravvivere al sereno. Si cade nella nebbia del pensiero desiderando la tormenta e la sua pace. Attingere al (non) luogo comune, riprenderlo dopo la tortura, la ritorsione. Sospingere sul vago a  fare rifibrillare il cuore stanco . Combinare le assorte assenze selezionando dai silenzi ottusi l’improprio grido senza dimensione dei vuoti che si toccano en passant solo en passant, convertendo l’illusione allo sgomento. In viva voce: io ascolto lei legge il mio labiale sullo schermo mal digitato d’improvvisazione con una lusinga di finzione Conferma lo stupore della banalità la meraviglia che non s’avrebbe a dire la stupida sconvenienza della svelata ingenuità esposta squadernata ( come un’alzata di sottana all’amico del figlio tredicenne…toh!!!… rimira guard e se lo vuoi tocca azzarda con la mano prenditi il dolce frutto maturo inaspettato ma non lo dire mai… a nessuno… te lo raccomando Non lo dirà… perché teme i pasticci e gli imprevisti paradossi spazio-temporali… O forse è solo un piccolo poeta… E quel silenzio diventa il suo primo ed ultimo macerato idillio, l’opera omnia di un consapevole cretino…). Ma è di un altro sbandamento… altro mandato… altra condanna… altro tempo dilaniato… debita crudeltà… forse dovuta… forse dal sen fuggita o strategia di ragno, non importa, emerge il sottaciuto l’epifania l’inaspettato evento. La parola riprende anima e si fa dannata,così, semplicemente nel sottobosco l’improvviso scroscio ristabilisce un nuovo inizio. Un altro…. nuove muffe… le foglie decomposte disperdono memorie… colpendo a caso Qualcuno cade e s’assopisce e forse muore. Qualcuno si risveglia, si raccoglie, si sfama al pasto molle. Annusa il tempo passeggero e poi… lo segue.

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